Bimbo: l’ultimo dei cordai

È l’ultimo testimone di un passato, l’ultimo testimone si un lavoro caratterizzato da fatica e molta abilità. Si chiama Rosimbo Colombi (1930), ma in paese tutti lo chiamano semplicemente «Bimbo». Ha 83 anni e ancora si diletta, per passione, a costruire corde. Vive nella Bassa Cremonese, in un piccolo borgo chiamato Castelponzone. In questo borgo da secoli si tramanda un’arte antica: il mestiere del cordaio; un lavoro che un tempo coinvolgeva intere famiglie e che ormai è del tutto, o quasi, scomparso.
Le corde venivano inizialmente realizzate partendo dalla canapa coltivata nei terreni locali, attraverso un procedimento complesso che coinvolgeva adulti e bambini. La tecnologia, molto semplice, era basata su una grande ruota e su un attrezzo di legno, detto masoòl, utilizzato per la torcitura dei fili.
Successivamente è stato introdotto un nuovo strumento che permetteva ai cordai di sviluppare corde in modo autonomo. Questo è il «rudin», particolare attrezzo costruito con una ruota di bicicletta e «inventato» a Castelponzone sul finire degli Anni Trenta. Ciò fu una rivoluzione: non era più necessario che i bambini girassero la ruota e così anche i figli dei cordai, fino a quel momento quasi tutti analfabeti, ebbero la possibilità di andare a scuola.
Dal 1938 la canapa è stata sostituita dal “sisal”, fibra che costava molto di meno e che ha abbassato i costi di produzione»; ma lo sviluppo industriale ha segnato comunque la lenta e l’inesorabile scomparsa di questo mestiere.

Alcune foto sono conservate presso il museo dei cordai di Cartelponzone.